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La capa dei miei sogni

22.06.2021

“Ecco qua, per oggi abbiamo finito”. Inviai il report, chiusi il mio portatile e mi diressi verso il bagno. Il soffione della doccia sibilò e le prime gocce schizzarono sul pavimento. Mi spogliai ed entrai in doccia. Sotto le sorgenti di acqua calda la tensione del lavoro appena finito cominciò a dissolversi lentamente. Avevo bisogno di rilassarmi. La tensione degli ultimi giorni era diventata insopportabile. Avevo così tanto lavoro che dovevo portarmelo a casa. E poi c’era lei.

Da due mesi sentivo un formicolio alla nuca ogni volta che Joana entrava nella stanza. Gambe lunghe e snelle su tacchi a spillo sottili, natiche rotonde che sporgevano sotto una gonna stretta, capezzoli impossibili da non vedere in quel reggiseno che le stava perfettamente, labbra sensualmente tagliate e capelli pettinati verso l’alto che scoprivano un lungo collo. Una combinazione da impazzire. Peggio per me che questa combinazione appartenesse alla mia capa. Dannazione.

Mi bastava pensarla per farmelo diventare duro. Oggi mi era già successo due volte in ufficio. Tanto che avevo paura ad alzarmi dalla scrivania, perché temevo che se ne accorgesse. Mi guardava in un modo... diverso dalle altre volte. Era come se passasse vicino al mio tavolo più del dovuto. Le curve dei suoi fianchi che oscillavano erano magnetiche. Non mi ero fatto una sega per diversi giorni e oggi ero arrapato da morire. 

Afferrai il glande con tre dita e cominciai a masturbarmi delicatamente. Chiusi gli occhi. Nella mia mente vidi come la doccia le bagnava i capelli e la camicetta. Come la sbattevo contro la parete della doccia, la baciavo e le tiravo su la gonna. Le avevo tolto le mutandine con uno strattone, sollevando una gamba e mi ero messo tra le sue cosce. Oh dio, quanto l’avrei scopata…

Il mio inguine si contrasse al pensiero, così lo presi nel palmo della mia mano e strinsi forte. Il prepuzio scivolava agilmente avanti e indietro. Immaginavo di stringerle le sue splendide tette turgide. Feci passare le dita insaponate tra le mie palle e le tirai leggermente. 

Era esattamente quello che volevo che facesse. L’avrei afferrata per i capelli e l’avrei tirata verso di me. Già la vedevo qui inginocchiata con il mio uccello aderente alle sue labbra. Sicuramente succhiava bene, lo vedevo nei suoi occhi. Piegai la testa all’indietro e tirai su il prepuzio. Lo esposi al getto d’acqua fino a farmi un po’ male.

Mi ero chiesto anche se sapesse farlo forte. Adoravo quando una donna mi succhiava il cazzo con forza. Probabilmente lei avrebbe saputo farlo. Sicuramente avrebbe saputo farlo. Il pensiero mi aveva fatto diventare il glande di un rosso intenso. 

Lo ripresi saldamente in mano. Due. Tre. Quattro. Iniziai ad accelerare. Davanti ai miei occhi, la sua bocca era riempita della mia verga, lei inginocchiata senza potere, con la mia mano che dettava il ritmo sulla sua nuca. Separai le gambe, appoggiai la mano alla parete e cominciai a schizzare. Un’esplosione dopo l’altra scivolava giù dalle piastrelle. Mi girava la testa. Chiusi la doccia, presi velocemente un asciugamano, lo avvolsi intorno alla vita ed entrai in camera da letto. Mi buttai sul letto, respirando profondamente. 
 
Invece della calma desiderata, le fantasie frullavano nella mia testa. Un mare di fantasie. Averla sotto di me. Proprio qui, proprio ora. In un letto morbido. A questo pensiero il mio cazzo diventò ancora duro. Presi dal comodino una bottiglietta di gel e il fleshlight. Spruzzai una buona dose di gel sul glande e lo strinsi nel palmo. Mi chiedevo quanto si sarebbe potuta bagnare quando era eccitata.
La capa dei miei sogni
Infilai due dita bagnate nel fleshligt. Ti avrei preparato per me. Avresti gemuto di piacere e saresti stata tutta bagnata. Passai con piacere il pollice sul clitoride rosa. Non avevi idea di cosa ti avrei fatto se ti avessi avuto qui ora. Tirai fuori le dita, misi quella figa finta sul glande e lo guidai dentro. Sibilai mentre lo tiravo fuori. Era impostato su un buon vuoto. Girai il pulsante. No, fighetta . Basta succhiare.

Ora ti avrei scopato. Mi alzai, misi due grandi cuscini più duri uno sopra l’altro e fissai bene il flesh tra di loro. Mi inginocchiai, lo tenni per un secondo, feci scorrere il mio glande tra le sue labbra rosa e morbide come la seta un paio di volte e mi infilai dentro. Era splendidamente scivoloso e piacevolmente stretto. 

La immaginai sdraiata a pancia in giù con il culo di fronte a me. L’avrei scopata con forza finché non avesse implorato pietà. Immaginai come le sue tette avrebbero dondolato. Come avrebbe lanciato la coda di cavallo da un lato all’altro, gemendo di piacere. Mi ritrovai a gemere da solo. Arrivò più velocemente di quanto mi aspettassi la seconda volta. Si contraeva dentro di lui mentre iniziavo a riempirlo con la seconda dosi di oggi. Mi lasciai cadere accanto ai cuscini e respirai bruscamente. Proprio in quel momento il mio cellulare suonò. Era Joan.

C’era scritto: “Buonasera Max, sto leggendo il Suo report e ho alcune domande a riguardo. Se non è troppo tardi per Lei, mi chiami per favore. Diversamente, ci vedremo domani alle 9.00 nel mio ufficio. Grazie.”

Allora la signora stava implorando. Sorrisi e digitai il suo numero.

“Buonasera, Joan, mi dica.”

“Buonasera”, disse sorpresa, “è sicuro che non La stia disturbando? Mi sembra... senza fiato.”

“A volte mi succede. Soprattutto la sera”, scherzai.

Deglutì rumorosamente: “Spero di non averLa interotta mentre faceva altro. Non intendevo questo.”

“Per niente. Ha scelto il momento più opportuno. Non avrebbe potuto scegliere meglio.”
La capa dei miei sogni
Mi misi comodo nel letto. Ascoltavo i suoi commenti sul mio lavoro e cercavo di concentrarmi il più possibile. Il sangue mi stava lentamente tornando alla testa, così sarei stato pronto a rispondere a qualsiasi domanda mi facesse. Probabilmente era contenta delle mie risposte, perché anche al telefono si notava che stava sorridendo. Il suo sorriso mi faceva impazzire. Portai di nuovo la mia mano sull’inguine e cominciai a farmi una sega lentamente per la terza volta. Che faccia avresti fatto nel vedermi ora?

“Pronto, Max, mi sente? Perché non dice niente?”

“Sì, La sento. Stavo solo riflettendo.”

“Ha forse avuto qualche idea interessante?”. Si mise a ridacchiare.

“Mi vengono in mente molte idee interessanti. Solo che non so se queste idee incontrerebbero la sua approvazione.”

Momento di silenzio. 

“E vorrebbe farmi conoscere le Sue idee per telefono, oppure...” abbassò la voce, “le lasceremo per domani nel mio ufficio?”

Rimasi tanto sorpreso che lo feci cadere dalla mano. Me lo sarò immaginato o no? Forse avrei rischiato un pugno sul muso, ma sarei stato un idiota se non ci avessi provato. 

“È un’idea per circa mezz’ora. Diciamo non molto tradizionale. Forse suderemo un po’ durante la sua realizzazione.”

“È una sfida.”

“Lo è.”

“Alle 8.15 nel mio ufficio,” rilanciò, “e Max? I computer e i telefonini forse per stavolta possiamo lasciarli spenti, che ne dice?”.

“Dico che le nostre idee hanno il potenziale per trovare un punto di contatto.

Buonanotte, Joan.”

Autore: Alessandro Rossi

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